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LA SOSTENIBILITA'? IMPARIAMO A SOSTENERCI VICENDEVOLMENTE

Negli anni ’50 Kenneth Boulding, economista progressista, fra i primi studiosi ecologisti, era solito affermare: “ Chi sostiene lo sviluppo di un’economia infinita in un mondo finito è uno stupido. O un economista.” Boulding con ironia non faceva altro che prefigurare in senso critico il concetto stesso di sostenibilità. Un concetto piuttosto semplice e naturale. Dall’economia classica sino ai primi pensatori liberali, l’utilizzo da parte dell’uomo delle risorse economiche era sempre stato visto come parallelo e organico alle cose del mondo, del cosmo, alle cose della natura. Per millenni l’uomo ha percorso il proprio cammino di produttore e consumatore aderendo alla ciclicità, o se vogliamo alla sostenibilità, del mondo stesso. Era l’uomo come animale laborans(così lo definì la filosofa Hannah Arendt), sottoposto ai tempi ben definiti della necessità naturale di sopravvivere.
L’uomo classico diveniva tale, uomo, vita activa, nel momento in cui poteva dar sfogo al suo bisogno di infinito, di creazione, di alterità rispetto alle regole del mondo ciclico. Tale esigenza veniva soddisfatta nello spazio pubblico: lì si creavano forme politiche ed architettoniche durevoli, e, attraverso l’arte, forme estetiche imperiture.
Con l’homo faber, l’uomo della tecnica e dell’età industriale, il consumo e la necessità vanno a coincidere con la dimensione pubblica, sostituiscono politica ed arte ponendo l’accumulazione, un tempo finita e ciclica, nella dimensione infinita del desiderio umano; e ponendo l’uomo in un infinito presente. Qui nascono i nuovi filosofi, gli uomini del marketing o della comunicazione. A loro viene dato il compito di aggiornare continuamente il desiderio, mettendo consumo ed infinità umana sullo stesso piano.
Oggi la visione dell’homo faber è entrata in crisi. Là dove le risorse appaiono in via di esaurimento, la società dell’accumulazione di desideri infiniti tende a comunicare a se stessa, forse anche in via eccessiva, solo le forme della crisi o della caduta. Il catastrofismo è l’ultima prova di una difficoltà ad uscire dal presente per pensare il futuro.
Invece si può leggere questa fase come una rivoluzione, un ritorno alle origini, per elaborare una forma di progresso che non dipenda più esclusivamente dall’homo faber, così preso dal suo governo del presente, ma che torni ad equilibrarsi col mondo naturale e che sia perciò sostenibile. Una rivoluzione che oggi riguarda principalmente il nostro immaginario comunicativo (e che oggi si parli di marketing sostenibile ne è una prova), ma che non può fermarsi lì.
Eppure, nonostante la crisi mondiale, i governi e i grandi agglomerati economici sembrerebbero continuare a preferire vecchie forme di produzione e comunicazione. Si ha quasi l’impressione che la dirigenza globale sappia esattamente che direzione prendere ma non abbia il coraggio di fare il primo vero passo. Siamo in tempi di mezzo. E forse anche per questo la sostenibilità, invece di essere comunicata come la rivoluzione migliore, assume valenze di privazione, quasi di sopportazione, di sacrificio. 
  Per uscire da questa impasse, serve un nuovo patto fra politica e mondo del consumo. A saldarlo, il mondo dei media inteso in senso ampio, visto che ogni individuo che abbia accesso alle tecnologie può a tutti gli effetti essere considerato un medium.
Sostenibilità è un concetto che appella due valori: natura e responsabilità. E che su questi poggia se si vuole tornare a parlare sensatamente di progresso.
Esiste una responsabilità “pubblica”, alla quale sono richiamate le istituzioni ai più diversi livelli, quello politico, quello scientifico, quello economico, quello delle multinazionali e del mondo produttivo.
C’è poi una responsabilità “di mediazione”, di traduzione, alla quale sono chiamati il mondo dei media in senso classico e il mondo accademico e culturale.
Infine esiste una responsabilità “personale”, alla quale sono chiamati i singoli sulla base di un’opera di piccola pedagogia personale, costante e consapevole.
Queste tre responsabilità devono intersecarsi, senza contrastarsi, se si vuole tornare alla capacità di concepire una dimensione del futuro che, col consumismo, dunque con l’esaltazione dell’accumulazione e del desiderio non responsabile, non appartiene più alle nostre capacità. Il presente dilatato che la globalizzazione ci mostra come sua prima eredità è in-sostenibile e solitario.
Occorre che le istituzioni recuperino il loro primato e la loro capacità di guidare i movimenti della società, ove questo è possibile. Occorre che le grandi aziende si facciano portatrici e sperimentatrici di modelli nuovi nel rapporto fra beni di consumo e consumatori, anche attraverso un uso illuminato delle nuove tecnologie. Ed occorre che i media si sforzino, nella loro agenda, di considerare la sostenibilità un tema prioritario a cui avvicinare le persone.
La sostenibilità deve essere agita, e non può prescindere da un nuovo modo di rapportarsi fra politica e aziende. L’Italia sconta una difficoltà atavica nell’aprire e mantenere un dialogo vero fra politica e aziende. Troppo spesso la politica è stata autoreferenziale, poco capace di interpretare le esigenze del mondo produttivo. Ma anche l’impresa ha avuto le sue responsabilità, essendo basata su un capitalismo prevalentemente di tipo familiare, poco propenso a fare sistema e piuttosto conservativo. Oggi questo mancato dialogo è un fattore importante della crisi della politica e di quella del mondo produttivo. E una lezione.
Da parecchi anni nel nostro Paese il centro-destra sta percorrendo una strada diversa, che mira ad allargare un dialogo virtuoso e diretto fra la politica e l’imprenditorialità, anche a scapito di poteri forti e molto radicati.  Bisogna andare avanti su questo cammino e chiedere anche alle istituzioni sovranazionali di essere più che mai attive, propositive e aperte. Se c’è un tema dal valore unificante, questo è proprio la sostenibilità ed una sua nuova definizione. In quest’ottica, saranno determinanti la imminente riunione del G8 a L’Aquila e la conferenza internazionale sul clima che si terrà a dicembre a Copenaghen. Per agire la sostenibilità non si può prescindere dalla necessità di sostenersi vicendevolmente.

On. Deborah Bergamini

(Testo dell'intervento dell'On. Bergamini al convegno sulla sostenibilità (SIF) organizzato a Roma lo scorso 15 giugno dalla Minerva per il P&G Alumni)










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