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LA DIFESA DEL DIRITTO ALLA PRIVACY DOVREBBE ESSERE UNA BATTAGLIA DEL GIORNALISMO LIBERO

Quando in Commissione Giustizia ho presentato l’emendamento che prevede la reclusione da uno a tre anni per chi si rende responsabile della pubblicazione di intercettazioni di cui è stata disposta la distruzione dall’autorità giudiziaria, immaginavo il polverone che ne sarebbe nato; e la quantità di reazioni scomposte, in alcuni casi offensive, e di taluni commenti “istituzionali” del tutto privi di senso della realtà me ne hanno dato conferma. Partiamo da questi ultimi per capire quale nervo scoperto tocca una battaglia per il diritto individuale di ogni cittadino alla difesa della propria privacy.
E’ del tutto evidente che pubblicare intercettazioni che dovrebbero essere distrutte, in quanto disposte in assenza dei presupposti previsti dalla legge o perché giudicate irrilevanti ai fini processuali, lede l’art. 15 della Costituzione: quello relativo all’inviolabilità della segretezza di ogni forma di comunicazione tra cittadini. Il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Lorenzo Del Boca, ha recentemente affermato che il mio emendamento impedirà ai giornalisti di “onorare i doveri che derivano loro dalla Costituzione”. Appellarsi ai doveri costituzionali dei giornalisti per giustificare i giornalisti che violano i diritti costituzionali dei cittadini, è a dir poco paradossale.
La Federazione Nazionale della Stampa è arrivata a profetizzare che il mio emendamento, “grave minaccia al diritto di cronaca”, porti addirittura “alla cancellazione della cronaca giudiziaria”. Alla FNSI non viene in mente che pubblicare intercettazioni che un giudice ha ordinato di distruggere non significa fare cronaca giudiziaria, ma contrastare e vanificare proprio quella decisione giudiziaria.
Entrambi gli esempi dimostrano la scarsa capacità del mondo dell’informazione di comprendere che in gioco non c’è il tentativo di mettere un bavaglio alla stampa, né di impedire ai cittadini di essere informati, ma quello di riscrivere le regole di una normale civiltà giuridica e di un’informazione veramente libera e garante del bene fondamentale del diritto alla privacy. L’Italia è l’unico paese al mondo, tra quelli che consideriamo civili, in cui esiste un florido traffico di intercettazioni illecite che lega procure e redazioni giornalistiche. Invece di interrogarsi sugli abusi, sulle violazioni delle regole deontologiche, sul rischio di una deriva della democrazia; invece di stigmatizzare e perseguire i giornalisti che compiono tale scempio, la categoria si arrocca in una difesa corporativa che rappresenta una giustificazione ad un comportamento per il quale qualsiasi cittadino, privo di tessera giornalistica, sarebbe perseguito penalmente.
Ricordiamolo ancora una volta per tutte: quelle di cui parliamo sono solo intercettazioni che il giudice ha ordinato di distruggere, o perché non hanno alcuna rilevanza penale o perché non hanno rilevanza ai fini del procedimento che si sta imbastendo, o perché sono illegittime; intercettazioni che possono riguardare cittadini mai indagati, offrendo all’opinione pubblica spaccati di vita strettamente personale caduta per caso nelle attività di intercettazione giudiziaria. Tutti possono cadere in questa rete. Tutti. Senza neanche saperlo.
Si è detto che è sbagliato punire i giornalisti che pubblicano intercettazioni illegalmente se non si perseguono prima i responsabili delle procure che quelle intercettazioni fanno uscire. Strana logica, questa. E’ come se qualcuno dicesse che non si può punire un ricettatore senza aver arrestato prima il ladro che gli ha dato la refurtiva. Un modo, insomma, per non affrontare il problema. Credo che se il giornalista non avesse più interesse a procurarsi questo materiale illecito (per i rischi penali in cui incorre), i responsabili che lo fanno uscire dalle procure non avrebbero più interesse a darglielo. E in ogni caso è bene chiarire che non si esclude affatto la responsabilità di tutti coloro che consentono al giornalista la pubblicazione del materiale illecito.
L’emendamento mira a far rientrare nella tipologia dei reati delittuosi un’azione che oggi costituisce un reato contravvenzionale, già punibile anche con l’arresto ma che di fatto consente al giornalista di subire una sanzione meramente pecuniaria. Per fare questo non ho avuto bisogno di inventare un provvedimento di “valenza criminale”, come ha affermato l’on. Di Pietro. Mi è bastato estendere per analogia ciò che è già previsto dall’articolo 167, comma II, del Codice della Privacy, che prevede la reclusione appunto da uno a tre anni per la divulgazione di dati personali la cui cancellazione sia stata disposta dall’Autorità Giudiziaria o dal Garante della Privacy. I contenuti delle intercettazioni sono da considerarsi a tutti gli effetti “dati personali” (art. 4 dello stesso Codice della Privacy). La loro pubblicazione illegale è un danno ancora più grave della semplice divulgazione di un dato personale, perché vengono diffuse informazioni che attengono alla propria sfera privata (e di frequente a quella più intima) ma che sono anche state carpite attraverso un’attività di intrusione particolarmente invasiva, che non sarebbe dovuta avvenire, tanto che un giudice ha ordinato la distruzione di quel materiale.
Il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, con grande gentilezza intellettuale, ha affermato che il mio emendamento è frutto di “risentimento personale”, richiamando una vicenda che mi ha vista coinvolta proprio in un caso di pubblicazione di intercettazioni da distruggere. Ho messo da parte il risentimento da tempo. L’abuso e la violenza subiti richiederebbero qualcosa di più di un risentimento. Mi è bastato che la giustizia abbia fatto il suo corso smontando teoremi giornalistici e fantasie pilotate. E il privilegio che ho, di poter oggi dare testimonianza di quanto accaduto e di poter lottare per cambiare le regole, vale più di qualsiasi risentimento. E’ mio compito continuare ad impegnarmi per garantire, in questo paese, una legislazione che tuteli il cittadino e il suo diritto alla privacy da un uso distorto dell’informazione e del diritto di cronaca, che ha già prodotto troppi danni alle regole democratiche e alla convivenza civile. Dovrebbe essere una battaglia anche del mondo del giornalismo; specialmente di quello libero.

> Curriculum di Deborah Bergamini